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L’inverno aveva colpito il Tempio con tutta la sua forza, così un novizio del Clan delle Ossa di Ferro scelse di passare il suo periodo di vacanza visitando i fratelli nella provincia di Phong, a sud. I monaci di quel luogo lavoravano nelle piane di una grande render farm1, dove la luce direzionale era gloriosamente calda in ogni stagione.

Per tutta la mattina il novizio guardò come i fratelli istruiti correvano avanti e indietro, piantando semi di numeri casuali, costruendo bounding box2, o avvolgendo anche il più piccolo modello in wire frame3 in modo che i suoi pixel fiorissero proprio nei punti giusti. In questo modo venivano prodotte scene succulente di ogni sfumatura e colore, per soddisfare i gusti della Corte Imperiale.

Mentre il mezzogiorno si avvicinava, lo stomaco del novizio incominciò a borbottare. Poiché doveva essere accompagnato per entrare formalmente nel tempio, il novizio si avvicinò a un bel ragazzo all’incirca della sua età che stava piantando delle fonti di luce artificiale sopra un bosco di piccoli quadtree4. I vestiti del ragazzo erano di lino grezzo e robusto, ma come testimonianza del rigore dei suoi doveri le tonalità, una volta vivide, erano ridotte a deboli macchioline, entrambe le ginocchia erano coperte da pezze biquadratiche, e il polsino sinistro mostrava segni di aliasing.

“Diecimila scuse” disse il novizio (sentendosi ancora più colpevole per la sua inutilità) “ma questo corpo miserabile mi consumerà finché non gli darò una ciotola di riso. Dov’è il tuo maestro, così che possa pregarlo o barattare con lui?”

“Nelle sue stanze, dove molto presto dovrò andare per portargli la sua ciotola” disse il ragazzo. “Vieni a prenderla con me e riempirò anche la tua, giacché in questo periodo dell’anno i nostri buffer5 sono sempre pieni.”

Il novizio accettò la generosa porzione di riso, quindi seguì il ragazzo nel suo viaggio su per la buia scala a chiocciola che era il solo corridoio del tempio. Era costruita così, spiegò il ragazzo, per confondere i fotoni randagi.

“Perché il riflesso è il nostro più acerrimo nemico” disse il ragazzo, aprendo la porta per la camera del suo maestro. “Anche se ci sono pericoli più grandi, come il mio maestro potrebbe certamente dirti se fosse ancora qui.”

Il novizio seguì il ragazzo all’interno, intrigato. L’alta stanza senza finestre era illuminata solo dal bagliore diffuso di un monitor su una scrivania solitaria. La superficie del largo monitor non poteva essere vista da quell’angolo, ma lo sguardo vitreo dell’uomo dietro di esso, con lo sguardo immobile e la bava alla bocca, fece rizzare i capelli del novizio come se il suo scalpo avesse ordinato a ogni follicolo di indicare il suo vettore normale.

Il ragazzo posò lentamente la ciotola davanti al suo maestro, quindi indietreggiò, facendo attenzione a tenere gli occhi lontani dallo schermo.

“È perso” spiegò il ragazzo amaramente. “Vedi, molto tempo fa elaborò un ingegnoso algoritmo per raffigurare ogni parte del mandelblob in un battito di ciglia...”

“Ho sentito parlare di questa forma” interruppe il novizio, incapace di staccare gli occhi dall’espressione del maestro. “Solamente voci... una temibile equazione così piccola che può essere scritta sul mio mignolo, e che pure descrive una sfera frattale di infinita complessità.”

“Non una semplice sfera” continuò il ragazzo. “Un mondo; un mondo decadente, implicito nelle leggi della teoria dei numeri. Permeato da caverne dentro caverne dentro caverne, le loro pareti segnate da impressionanti voragini, crepe spalancate e fessure in eruzione. Prendi qualunque tunnel intrecciato, il più regolare che tu possa immaginare, e se ti avvicini abbastanza potrai scoprire che la superficie si contorce e bolle come carne putrida all’apice della liquefazione, gettando flaccide stalagmiti piene di funghi, funghi su funghi su funghi troppo piccoli per essere immaginati, finché non svaniscono nei loro stessi asintoti, eruttando dall’altra parte spore su spore su spore; e ogni spora è un mondo in decadimento così infinitamente complesso come il suo progenitore, eppure malignamente diverso da esso...

“Il mio maestro aveva appena incominciato a esplorare questa forma quando per sbaglio si avvicinò troppo a un particolare nodulo nanoscopico, una spora casuale in mezzo a miliardi, e trovò—o così disse—che era un’immagine verosimile del nostro stesso mondo. Sì! Montagne matematiche esattamente dove sono le nostre montagne, piene di protuberanze a punta simili a felci o alberi d’abete, tutti della stessa nauseante tonalità dell’ambra, come i cumuli virtuali che fluttuavano al di sopra, e le granulose battigie simulate con le loro picoparticelle di sabbia ambrata, dove granulose onde ambrate stavano pronte a rompersi, ma senza mai farlo; perché questo è un mondo tridimensionale, e poiché la quarta è preclusa nulla si muove, neanche le persone. Già, le persone! Monocromatiche statue grottesche nel viso e nella forma, eppure umane fino alle ciglia, ai pori nelle loro narici, come caverne dentro caverne...

“Ma nella sua tremante fretta di inabissarsi nelle profondità di questo mondo più piccolo di un escremento di mosca, il mio maestro cliccò il sinistro invece del destro. Il suo cursore saltò di lato e le coordinate cruciali furono perdute per sempre. Mi dicono che le sue urla di angoscia potevano essere udite sulle colline tutt’intorno. Ogni monaco del tempio accorse alla sua camera, ansioso di scoprire quale grande disastro fosse accaduto. E così egli raccontò la storia della sua scoperta.

“Gli altri maestri risero di lui, lo chiamarono bugiardo e pazzo. Persino i monaci di basso rango lo scansavano. Così egli decise di riscattare il proprio nome trovando di nuovo quelle coordinate.

“I giorni divennero settimane, divennero mesi, divennero anni, e ora guarda a cosa è ridotto: un prigioniero della Sfera Unitaria, che esplora in continuazione senza mai andare da nessuna parte, tenuto prigioniero dalla sua stessa ossessione. Per un certo tempo, forse, credette di essersi imbattuto in qualche Grande Verità dell’Universo, una computabile corrispondenza tra il mondo della carne e quello dei numeri. Ora non so indovinare quali terre esplori o perché, né vorrei farlo, per paura di soccombere a qualche irresistibile fascino e condividere così la sua sorte. Si dice che l’uomo avvisato sia mezzo salvato, ma per quanto mi riguarda ho paura della mia mente. Quando il reale incontra l’immaginario, il loro prodotto è sempre complesso.”

Il novizio si sporse in avanti per scrutare il bordo dello schermo, ma il ragazzo lo fermò.

“Prendi il tuo riso e lascia questo luogo maledetto” disse il ragazzo. “E riporta questa verità al tuo tempio: che la Render Farm della Provincia di Phong non è migliore di un campo di papaveri, dove ogni giorno si semina la maledizione della nostra gente.”

“Non capisco” disse il novizio.

“L’Imperatore deve solo nominare un piacere—l’ebbrezza della battaglia tra le stelle, la vista di persone impudiche impegnate in attività lascive—e la serviremo nelle sue camere private in sei milioni di pixel di sedici milioni di colori a sessanta frame per secondo. Ma non invidiarlo per questo. Invece, temi il giorno che tu e io potremo godere della stessa libertà, giacché nonostante abbiamo creato un’eternità di meraviglie qui, nessuno di noi ha un’eternità per poterle esplorare. Com’è prezioso il tempo; e com’è vuoto, ultimamente, ogni mondo tranne il nostro.”

1 Una render farm è, in informatica, un insieme di macchine che rappresentano immagini. Farm, in inglese, è “fattoria”.
2 Una bounding box è in geometria l’area, il volume o l’ipervolume più piccolo che contiene tutti i punti dati. Box in inglese vuol dire anche “scatola”.
3 Il wire frame (letteralmente “fil di ferro”) è una tecnica per rappresentare oggetti tridimensionali.
4 Il quadtree è una struttura dati usata nella rappresentazione di immagini. Tree in inglese vuol dire “albero”.
5 Il buffer è, in informatica, una zona di memoria. Viene qui usato col significato più generico di “contenitore”.