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Caso 33

Paura

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Un monaco anziano, recentemente entrato nel Tempio, si avvicinò al maestro Java, frustrato:

“Mi è stato assegnato il compito di aggiungere diverse funzionalità al sistema di elaborazione degli ordini del Calzolaio Imperiale, ma non posso neppure iniziare a comprendere come funziona. La logica è distribuita in numerose applicazioni, ciascuna implementata con tecnologie sensibilmente differenti. Invece di creare delle utilità comuni gli autori hanno meramente copiato pezzi di codice da un posto all’altro, spesso introducendo successivamente sottili differenze. I processi in background cercano e modificano record nel database per nessuna ragione documentata, e lo stesso database cospira contro di me: un semplice aggiornamento di una tabella può dare luogo a una cascata di inserimenti e cancellazioni in altre.”

“Vedo due strade davanti a te” disse il maestro Java. “Nella prima, fai solo gli ampliamenti necessari e proclami velocemente vittoria. Nella seconda, inizi l’arduoso compito di rifattorizzare il codice. Come procederai?”

Il monaco si inchinò, vergognato. “Non saprei dire. Attualmente ho paura di toccare qualunque cosa, per timore che la mia ignoranza provochi la mia rovina.”

“La paura è una buona armatura ma una pessima spada” annuì il maestro Java. “Per sconfiggere la tua paura, dobbiamo scacciare la tua ignoranza”. Con il suo bastone aprì la finestra e indicò la foresta dietro di essa.

“Segui la Strada delle Ortiche Bianche per tre giorni fino alle montagne, e arriverai a un eremo abbarbicato su un dirupo. Un fratello istruito che dimora lì tiene copie della documentazione dei nostri clienti. Saprà consigliarti riguardo l’architettura del sistema.”

Il monaco fece come gli era stato detto, e al tramonto giunse all’eremo, che era un edificio come non ne aveva mai visti prima.

Aveva chiaramente iniziato la sua vita come una robusta casa di pietra sul bordo del dirupo, ma tre nuove ale di pino grezzo con i tetti in truciolato ora si spingevano ben al di fuori del dirupo e nello spazio. Dietro di queste stavano passerelle e scale aperte, che terminavano in dozzine di stanze in cima a delle palafitte diagonali che erano (a malapena) supportate da formazioni rocciose molto al di sotto.

Attaccate alle stanze stavano altre strutture che si estendevano ancora più lontano nel vuoto, fatte di bamboo e inclinate follemente in tutte le direzioni. Rampe e scale a pioli emergevano dai pavimenti e portavano a stanze isolate sospese da funi e fatte principalmente di canne e paglia.

Il monaco rimase a guardare con la bocca spalancata per qualche istante, quindi si riprese e colpì il gong.

Dalla stanza più lontana giunse l’eremita, danzando su per le corde e giù per i tetti, sparendo in una botola di bamboo e finalmente riapparendo alla porta del riparo.

“Quali nuove per me dal Tempio?” chiese l’eremita. “Sono stato richiamato a casa, infine?”

Il monaco dichiarò che non portava alcuna notizia del genere.

L’eremita lasciò ricadere la testa. “Miserabile me! Perché finché non mi sarà detto altrimenti, il mio compito sarà di espandere quest’eremo ancora più lontanamente dal bordo del dirupo, per contenere la crescente collezione di file temporanei del Tempio. Questo ho fatto per anni, fedelmente e senza fare domande, sperando un giorno di guadagnarmi il favore del maestro e ritornare dall’esilio. Ma devo confessare che il mio lavoro diventa più difficile a ogni stagione che passa. Le nevi invernali pesano così tanto sui tetti che i pali di bamboo iniziano a cedere, e d’estate devo combattere le gazze perché i miei muri di paglia non diventino il nido di qualcuno. A proposito... non possiedi (spero) alcuna allergia? Polline? Ambrosia? Una volta ho visto sette stanze collassare e ruzzolare giù per il dirupo in risposta a uno starnuto vigoroso...”

“Ma questa è follia!” urlò il monaco. “Ora che hai un’idea di quante stanze servano, non puoi distruggere questa mostruosità e ricominciare da capo?”

“Che sciocchezza. Immagina il tempo che un simile compito potrebbe prendere, e come scontento il mio maestro potrebbe diventare nel frattempo! Come potrei giustificare la sottrazione di magazzini invece della loro aggiunta? Il mio esilio potrebbe essere esteso di un altro decennio! No, è molto più sicuro fare esattamente come mi è stato ordinato. A ogni modo, comprendo quest’eremo piuttosto bene, i suoi punti forti e quelli deboli; e finché cammino con leggerezza ed evito il pepe, le mie possibilità di perire in una lunga caduta sono ragionevolmetne basse.

“Ma abbiamo parlato abbastanza delle mie difficoltà, fratello istruito. Se non sei stato mandato a convocarmi a casa, allora devi avere bisogno del mio aiuto per capire il sistema di elaborazione degli ordini del Calzolaio Imperiale. Molti come te sono venuti per questo scopo, giacché io ne fui l’autore.”

Il monaco semplicemente si inchinò e ripartì per la sua strada, avendo già ottenuto l’illuminazione promessa dall’eremo.